È uscito lo scorso 29 settembre il disco di debutto del cantautore milanese Stefano Bruno, classe 1990 che si ispira ai grandi nomi del cantautorato, da Dalla a Modugno, cresciuto con il mito dei Pink Floyd e David Bowie. Un disco intimo e allo stesso tempo sfacciatamente pop.
Per le strade del cielo è l’inquietudine di chi sente ogni tanto quello strano bisogno di allontanarsi, perdersi per poi ritrovarsi. Una dichiarazione d’intenti, uno stile di vita che significa sognare, stare con la testa fra le nuvole, con la testa per aria.
Come ti sei avvicinato alla musica e come è nato il progetto musicale di Stefano Bruno?
Ho iniziato come autodidatta solo qualche mese dopo la maturità. Avevo già avuto dei segnali durante l’infanzia ma gli avevo sempre tenuti a bada per dedicarmi ad altro. Quando la passione è esplosa non ho potuto più fare finta di niente. Forse ne avevo abbastanza di questa vita, di regole stupide e assurde. Così ho iniziato a cercare delle band, all’inizio senza molte pretese. Per me la musica non è mai stata un hobby o un gioco. Se fosse stata così ci avrei giocato da bambino anziché giocare a nascondino o perdere tempo col calcio, prendendone sempre e basta. Ho sempre considerato la musica con religioso rispetto anche quando non ne capivo nulla.
Mettersi in proprio non è che una conseguenza dopo varie esperienze in band poco felici. Ho iniziato a capire che era una necessità, l’unica cosa che potessi fare e per cui ero pronto a lottare. Ho iniziato a prendere lezioni di canto per evitare di rimanere afono dopo tre canzoni, ma anche per avvicinarmi di più a me, alle mie emozioni e alla mia vera voce, che odiavo, ma che in realtà conoscevo a malapena. Una voce che era solo stata soffocata e trascurata, che aveva bisogno di essere liberata, riscoperta e valorizzata.
Da cosa deriva il titolo Per le strade del cielo?
È un’immagine che nasce da tante cose. Sicuramente dai miei ascolti così diversi e strampalati, di chi non vuole farsi mancare niente. Ma anche da un bisogno di leggerezza, di lasciarsi andare e liberarsi delle zavorre, come un palloncino tra le nuvole. Guardando il cielo ho sempre immaginato che le scie degli aerei e le nuvole disegnino strade e incroci che con le ali dell’immaginazione potremmo percorrere.
A chi consiglieresti, in particolare, l’ascolto del tuo album?
A tutti, ma in particolare ai timidi, introversi o estroversi, ai sognatori. Alle anime tormentate, incasinate e sottosopra. A chi si vergogna e si sente inadeguato perché non sa adeguarsi a delle mode, a delle scelte, a delle regole che non riconosce. Alle persone che sanno anche stare sole e aspettare. A chi cerca nella musica, come nell’arte o nella vita, un terreno fertile per conoscere meglio sé stesso e avvicinarsi agli altri.
Segui i talent-show musicali? Hai mai pensato di prendervi parte?
No. Non li seguo più. All’inizio sì, ma poi ho smesso. Hanno ucciso la musica dal vivo. E a me interessa solo la musica, non tutto il suo contorno. È vero che hanno dato l’opportunità ad alcuni artisti di emergere, ma la musica è quasi sempre una cornice e non l’elemento principale dello show. E al centro della scena ci sono i giudici, che sono cantanti che non hanno bisogno di ulteriore pubblicità. La TV la accendo di rado. Solo per guardare un film o per giocare alla Play.
Il 2020 è stato un anno molto particolare per tutti. Pensi di essere cambiato in qualche modo, sia personalmente che musicalmente, nel corso dell’ultimo anno?
Sì. Penso di essere cambiato. Non so se è per i fatti accaduti o per una maggiore maturità. Di sicuro ho meno voglia di correre dietro agli altri e di dare spazio alle mie esigenze e ai miei bisogni.
Aspettando il ritorno della musica dal vivo… ci racconti un aneddoto simpatico o significativo circa un tuo live?
È difficile rispondere a questa domanda. Di live miei, no. Non mi viene in mente nulla. Anzi, se penso ai posti dove ho suonato, vedo il vuoto sia indietro che avanti e mi rammarica pensare che alcuni locali, che erano veri e propri riferimenti e “luoghi di culto”, non esistano più. E se qualcosa non esiste viene da chiederti se ci hai suonato per davvero o è stato solo un sogno.
Però ho un ricordo significativo non di un mio live ma come corista in un coro gospel. Non avrei mai immaginato in Italia, una chiesa intera che salta, canta e che balla all’unisono e a cappella, e non si vuole fermare!
C’è qualche nuovo progetto musicale che aspetta di vedere la luce?
Ultimamente sto ascoltando tanta musica. Ho scritto un pezzo nuovo che spero di pubblicare presto anche se in questo periodo sono un po’ appannato. Ho bisogno di rallentare un momento, per schiarirmi le idee e ritrovare l’equilibrio. Sto scrivendo poco, ma sto componendo tanto. Inoltre, ho diverse bozze su cui mi sono arenato. Magari lavorare e scrivere insieme ad altre persone potrebbe essere d’aiuto oltre a darmi ulteriori stimoli.

BIO:
Stefano Bruno nasce a Milano il 6 luglio 1990.
Si avvicina alla musica nel 2010, dopo il diploma in ragioneria, con le prime esperienze musicali da cantante solista dapprima in duo acustico, poi in una band. Dopo un approccio da autodidatta approfondisce gli studi e la tecnica vocale sia con lezioni private che iscrivendosi a corsi di musica e di canto moderno.
Nel 2017 ha fatto parte del coro soul gospel SOUL VOICES Milano diretto da Wendell Simpkins.
Nel novembre 2019 esce su sulle piattaforme digitali il suo primo singolo Ho cercato il tuo nome. Successivamente ha pubblicato i brani Carlotta e Scrivilo sul mare.












