E’ uscito il 31 marzo l’EP di debutto di naima. duo lombardo formato da Lorenzo Rocca e Nader Ismail. La musica che prende vita all’interno del disco omonimo, pur avendo forti radici nel cantautorato italiano, si dirama abbracciando influenze diversissime, dal jazz all’indie, passando per l’elettronica, la dance e il pop.
Questo EP è la nostra prima uscita discografica inedita e vuole rappresentare un paesaggio sonoro vasto, che possa contenere in sé le moltitudini che verranno.
Per questo motivo, le sei canzoni spaziano in territori musicali così diversi, ma restano sempre aggrappate all’idea di raccontarci come siamo: disordinati, complessi, colorati. (naima.)
Non solo Naima, ma “Naima gli sconfitti”, come vi chiamate su Instagram. Al di là del fatto che il nome profilo “naima” era stato già probabilmente preso da altri in svariate forme e accezioni, è una scelta che racchiude un significato particolare?
La scelta è dettata dal fatto che il nome fosse già occupato sui social in ogni sua forma, inutile negarlo. Per questo motivo abbiamo scelto di aggiungere il titolo di una delle prime canzoni che avevamo scritto, quella che era una sorta di cavallo di battaglia dei primi live del gruppo, nei vari baretti di paese. Comunque, non è un’aggiunta che non significa niente: la canzone in realtà era un commento autoironico sul nostro fallimento di comunicare quello che siamo, come progetto musicale forse, sicuramente in quanto persone. Infatti, il ritornello recitava:
“Io che canto tu che mi ascolti
Ognuno pensa solo a sé
Non ci incontriamo che in un punto
Gli sconfitti siamo noi”
E in definitiva è una canzone che non ci sembra fuori luogo posta a fianco al nostro nome, anche se forse non è più altrettanto rappresentativa a livello musicale, infatti abbiamo scelto di non inserirla nell’EP. Ma rimane un simpatico inside joke.

Hemingway scrisse che “l’uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto, ma non sconfitto”. Come vi ponete di fronte a quest’affermazione?
(Lorenzo) Se questa intervista fosse stata dal vivo a questa domanda sarei scoppiato a ridere. Non so cosa intendesse in particolare, ma sicuramente Hemingway ha avuto una vita difficile e la sapeva lunga quando parlava di sconfitta.
Io però non sono d’accordo, mi sento spesso sconfitto. Non tanto di fronte a sentimenti come la tristezza o il dolore o che sia, quanto davanti all’umiliazione.
Mi è capitato molte volte di aver detto o fatto cose di cui mi sono subito pentito, senza che ci fossero conseguenze gravi per cui sentirmi distrutto, anzi, a volte grazie a quello che avevo detto o fatto l’avevo pure vinta.
Ecco, in quelle occasioni la fortissima umiliazione che provavo, mi faceva sentire sconfitto, probabilmente per la sensazione di aver fallito ad essere la persona che avrei voluto essere.
Detto questo Hemingway era più intelligente di me e avrà avuto i suoi motivi per dire quella frase, oltre che per finire su aforismi.it. Festa Mobile è stato uno dei libri che più hanno segnato i miei primi anni all’università. Un saluto a Hemingway.
Uno di voi è di Milano; l’altro di Angera. Le canzoni le scrivete in mezzo ai palazzi o sulle sponde del lago? Qual è il posto di Angera più bello secondo il milanese Lorenzo, e quale il posto migliore di Milano secondo Nader?
(Lorenzo) In realtà Nader è nato ad Angera ma è milanese di adozione, mentre io sono nato a Milano ma ho abitato a Lodi per quasi tutta la mia vita. Angera l’ho visitata per caso pochi mesi fa, facendo un giro sul lago di Varese.
È un paesino piccolo ma molto carino, le prealpi nel varesotto offrono posti molto belli. Ho chiesto a Nader sulla sua zona di Milano preferita e mi ha risposto Brera e Porta Venezia, due classiconi quindi. Le canzoni però sono state scritte quasi tutte nella casa dei miei genitori a Lodi, sul vecchio pianoforte su cui prendevo lezioni da piccolino, oppure su una chitarra altrettanto vetusta.
Con gli anni ho avuto la possibilità di mettere insieme un piccolo home recording studio, come si dice, quindi dopo aver scritto le canzoni ci mettevamo in due ad arrangiarle coi nostri mezzi, su Ableton. Così abbiamo approcciato la produzione del disco.
Ci raccontate cosa vi siete dimenticati di organizzare in quel famoso viaggio in Francia a base di ukulele e un paio di zaini, dopo il quale avete deciso di dare il via al progetto?
Beh, siamo partiti una mattina praticamente alla cieca, avendo solo prenotato un Airbnb (due, considerando quello che ci aveva cancellato la prenotazione solo pochi giorni prima).
Soltanto quando ci siamo trovati a digitare Lione sul navigatore ci siamo resi conto che nessuno dei due era mai uscito dall’Italia in macchina e che non sapevamo nemmeno come si pagasse la vignetta autostradale in Francia.
Quindi, appena ho provato a fare benzina, dopo il confine, ho scoperto di avere il conto completamente vuoto e nessun contante in tasca. Ha dovuto anticipare Nader tutto quanto. Oltre a questo, però, è andato tutto bene!
Ci piacerebbe approfondire la figura delle marionette che danno il titolo al terzo brano dell’EP. Nel testo giocano un ruolo quasi “da comparsa”, forse senza rendersi conto che c’è qualcuno che le manovra, o se se ne rendono conto accettano il fatto senza darsene peso. Ci parlate meglio delle persone che voi rappresentate come marionette, e ci dite se secondo voi c’è una possibilità di “redenzione” per loro?
Che bella domanda. Marionette è un pezzo molto egocentrato in modo quasi ingenuo a livello testuale. Quando scrivo canzoni mi piace flirtare con un romanticismo un po’ melodrammatico, quasi kitsch, con un’ironia che non vuole mai farsi esplicita.
Spesso giro per le strade della mia città e la immagino come una gabbia, o delle sabbie mobili che ti tirano giù e ti impediscono di prendere il volo.
Sicuramente c’è qualcosa di vero in questo, ma anche molto di esagerato, di “letterario” per così dire.
Allora mi sono immaginato un protagonista che per vincere la noia provinciale (le marionette senza arte né parte, vampiri che ti succhiano il sangue fino a trasformare anche te in un automa senza volontà) spicca il volo, portando con sé anche la sua amante, che è una ragazza che ha appena conosciuto ma già la ama tanto da salvarla dalle grinfie dell’ignavia. Tanto teatro, tanta tragicità.
Non penso che queste marionette esistano in quanto categoria, è più che altro uno stato d’animo a cui mi riferivo.
Quindi la redenzione c’è, forse: ed è quando ti senti troppo chiuso nelle solite quattro case e allora prendi la macchina senza sapere dove andare e in qualche modo finisci in Francia a scrivere il tuo primo album.
Un po’ tongue-in-cheek, ma ci siamo capiti.
Malinconia invece parla di malinconia ma è allegrotta e spensierata; la malinconia -peraltro un tema presente in più tracce del disco- per voi è un sentimento più positivo o più negativo?
Non so come classificare i sentimenti tra positivi e negativi, ma a volte mi piace sentirmi malinconico.
Metti su un disco po’ triste, guardi fuori dalla finestra e all’improvviso sei in un altro mondo. Penso che da malinconici si è più creativi, però quando sei in quello stato ogni cosa che scrivi ti sembra magica, la migliore cosa che hai scritto, poi la riascolti il giorno dopo e non ti dice più niente.
Altri giorni invece la malinconia la vivi diversamente, come qualcosa che ti svuota. In quei momenti sento assolutamente il bisogno di vedere una faccia amica, ma di solito poi va tutto bene.
Musicalmente giocate con diversi stili: ci sono brani simil-pop, echi jazzistici, passaggi quasi elettronici e a tratti ambient. Che tipo di ricerca sonora avete affrontato per scrivere il disco?
Nessuna ricerca sonora specifica, siamo solo grandi amanti della musica. Personalmente – ma penso di parlare anche a nome di Nader –passo sempre attraverso diverse fasi musicali: per un mese magari non ascolto altro che jazz, o i Led Zeppelin, e il giorno dopo riscopro i grandi classici di Ariana Grande e Charlie Puth.
Non sappiamo limitarci ad una e una sola anima musicale, attenendoci a quella senza mai esplorare in giro.
Con questo lavoro abbiamo anzi cercato di approfondire molti dei discorsi musicali che ci appassionano, senza voler distinguere tra i generi. La coerenza in questo caos la troviamo nel fatto che tutte le canzoni sono scritte in modo sincero, e arrangiate in modo che ci sorprendano e ci appassionino.
Le foto per la copertina e il retro del disco le avete prese dalla pagina Facebook “Regno delle tenebre padane”?
Purtroppo no, sono foto che ho scattato sulle montagne bergamasche in una serata particolarmente grigiastra. Per una coincidenza incredibile, comunque, la ragazza che s’intravede tra la nebbia in copertina ha postato alcune foto su “Regno delle tenebre padane” dal suo balcone a Casalpusterlengo, quindi tutto è in qualche modo collegato(?)
Qual è il primo locale in cui vi piacerebbe esibirvi una volta che si potrà tornare a suonare da qualche parte?
Anche se fa un po’ male al cuore, siamo d’accordo nel rispondere che ci piacerebbe fare un giro dei circoli Arci di Milano. Non vogliamo ancora puntare in alto, Milano è casa nostra e dopo questo anno terribile appena passato sento che abbiamo bisogno di sentirci un po’ a casa.












